Asma grave, è tutta questione di “equilibrio”

13 aprile 2024

Asma grave, è tutta questione di “equilibrio”

Asma grave, chi ne soffre lo sa: trovare l’equilibrio per avere una buona qualità di vita non è semplice. Quello che forse non sanno è che la chiave di volta è proprio nell’equilibrio tra eosinofili “buoni” e “cattivi” nel sangue così come si osserva nei soggetti sani. Ma cosa sono gli eosinofili e come ripristinare questo equilibrio in chi soffre di asma grave? A questo ultimo interrogativo ha dato una risposta uno studio condotto dall’Ospedale Careggi di Firenze. Un aiuto importante viene dall’anticorpo monoclonale mopelizumab. Ma andiamo per ordine e partiamo proprio dagli eosinofili.

Lo studio dell’Ospedale Careggi

Un nuovo studio – presentato in una conferenza stampa – condotto da un team multidisciplinare composto da immunologi e otorini dell’Ospedale Careggi di Firenze ha investigato il ruolo degli eosinofili infiammatori nella severità clinica dell’asma grave eosinofilico rilevando che il trattamento con l’anticorpo monoclonale mepolizumab ripristina il bilanciamento fisiologico fra i sottofenotipi di eosinofili, riportando i livelli di eosinofili “buoni” e “cattivi” a quelli osservati nei soggetti sani e spiegando così come il farmaco possa consentire di controllare una patologia così severa ed impattante.

Lo studio pubblicato nella prestigiosa rivista Allergy del dicembre scorso, fornisce nuove evidenze circa un ambito di ricerca che aveva permesso già nel 2022 di pubblicare un articolo estremamente innovativo. Era stata infatti dimostrata la presenza di due tipologie di eosinofili con funzioni differenti, ossia omeostatica o infiammatoria. Nel recente articolo su Allergy, gli autori hanno confermato e approfondito questi risultati in una popolazione asmatica totale di 74 pazienti di cui circa l’85% presentava anche rinosinute cronica con poliposi nasale, dimostrando che la quantità di eosinofili infiammatori è collegata con la gravità della malattia e suggerendone un ruolo causale nelle patologie eosinofilo mediate. Infine, lo studio dimostra come mepolizumab sia in grado non solo di contrastare questi eosinofili infiammatori, ma possa anche ristabilire un equilibrio con gli eosinofili non infiammatori simile a quello di persone sane.

«Lo studio – dice Alessandra Vultaggio, Ricercatore del Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica – Università degli Studi di Firenze – SOD Immunoallergologia – AOU Careggi  – evidenzia quindi come la presenza di eosinofili infiammatori, in patologie marcatamente eosinofilo mediate, potrebbero rappresentare il biomarker di severità della malattia e di risposta clinica al trattamento con mepolizumab».

Lo studio sottolinea anche un aspetto importante dell’asma grave, cioè di essere nella maggioranza dei casi accompagnata da altre patologie eosinofile importanti come la rinosinusite cronica con poliposi nasale e sapere questo può consentire una diagnosi più precoce della malattia, seguita da un trattamento più mirato. Sono diversi infatti i pazienti con una scarsa qualità di vita, impossibilitati a lavorare e a condurre una vita normale a causa di riacutizzazioni, sintomi o trattamenti con alti dosaggi di corticosteroidi con relativi effetti collaterali.

La presenza di poliposi come comorbidità dell’asma e viceversa è in relazione al livello di gravità della patologia respiratoria: in caso di asma lieve la poliposi è presente in circa il 10-30% dei pazienti, in caso di asma grave si sale al 40-60%. I meccanismi patogenetici ed immunologici alla base di questa associazione hanno evidenziato come l’infiammazione eosinofila giochi un ruolo rilevante. In questo senso diventa fondamentale il ruolo di mepolizumab che nei diversi studi clinici per le singole indicazioni terapeutiche ha dimostrato grande coerenza e efficacia nel ridurre le riacutizzazioni asmatiche in pazienti comorbidi (con asma e poliposi nasale contemporaneamente presenti).

Un’arma bersaglio contro l’asma grave

«Siamo di fronte ad una patologia invalidante spesso aggravata da altre comorbidità come la rinosinusite cronica con poliposi nasale (CRSwNP); binomio  questo che ancora oggi vede, purtroppo, l’uso frequente dei corticosteroidi orali, anche a elevati dosaggi, che non consentono di raggiungere un controllo adeguato a lungo termine dei sintomi invalidanti a differenza di quanto dimostrato con la terapia biologica come mepolizumab ad esempio» spiega Andrea Matucci, Dirigente I° Livello SOD Immunoallergologia Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi – Firenze

Gli esperti concordano , come emerso dallo studio, che mepolizumab bloccando la funzione dell’IL5 è in grado non soltando di migliorare gli outcome clinici, ma anche di riequilibrare il rapporto tra eosinofili infiammatori e residenti riportandolo alla condizione osservata su soggetti sani.

Mepolizumab è un anticorpo monoclonale che agisce sull’interleuchina-5 (IL-5), la molecola principalmente responsabile per la crescita e la differenziazione, il reclutamento, l’attivazione e la sopravvivenza degli eosinofili. Mepolizumab blocca il legame di IL-5 alla superficie delle cellule degli eosinofili e di conseguenza, inibisce l’azione dell’IL-5 e riduce la produzione e la sopravvivenza degli eosinofili. Mepolizumab è attualmente indicato per il trattamento dell’ Asma eosinofilico severo, Rinosinusite cronica con poliposi nasale (CRSwNP), Granulomatosi eosinofilica con poliangite (EGPA) e Sindrome ipereosinofila (HES).

Come ha spiegato Elisabetta Campagnoli, Specialty Medical Head GSK, mepolizumab è l’esempio, in pratica, di quella che chiamiamo medicina di precisione o target therapy. La Ricerca di GSK è da tempo orientata ad individuare i meccanismi patologici alla base di malattie anche apparentemente diverse, per poter poi mettere a punto armi terapeutiche che colpiscano proprio i “bersagli” giusti. In questo senso identificando il meccanismo legato ad un’alterazione degli eosinofili è stato possibile mettere a punto un anticorpo monoclonale in grado di essere efficace per quattro diverse patologie. Un’arma efficace come hanno dimostrato diversi studi clinici e che si è avvalsa anche della ricerca indipendente di Centri d’Eccellenza italiani come quello del Careggi.

Foto: Canva