Artrosi, oggi si combatte con l’ortobiologia. E senza bisturi

4 aprile 2024

Artrosi, oggi si combatte con l’ortobiologia. E senza bisturi

Artrosi, oggi si combatte con l'ortobiologia. E senza bisturi

L’artrosi colpisce solo in Italia circa 4 milioni di persone. La ricerca sta facendo grandi passi in avanti per una patologia che fino a qualche anno fa aveva poche scelte terapeutiche. Una nuova strada è l’ortobiologia, un settore davvero innovativo della medicina rigenerativa. Con l’obiettivo di stimolare la ricrescita di alcuni tessuti e di attenuare l’infiammazione utilizzando le capacità rigenerative delle cellule del corpo umano. Si tratta di trattamenti non chirurgici e mini invasivi che accendono nuove speranze per coloro che fino a qualche anno fa avevano come unica scelta l’intervento di sostituzione protesica.

L’artrosi è una malattia articolare cronico-degenerativa a carattere progressivo

«Per il trattamento dell’artrosi – spiega Alberto Momoli, Presidente della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, SIOT e Direttore UOC Ortopedia e Traumatologia, Ospedale San Bortolo, Vicenza – si sono aperte nuove strade per cure più conservative. Grazie alle tecniche di ortobiologia, siamo entrati in una nuova era in ambito ortopedico. Questo tipo di procedure riguarda però le fasi iniziali dell’artrosi, i gradi 2 e 3. Mentre se l’artrosi è di quarto grado non ci sono alternative all’intervento chirurgico. È fondamentale, quindi, l’intervento precoce».

Artrosi

È fondamentale l’intervento precoce

Fra i trattamenti infiltrativi in prima linea per il trattamento conservativo dell’artrosi di ginocchio c’è l’acido ialuronico che viene iniettato nell’articolazione allo scopo di lubrificarla e nutrire la cartilagine rimanente. Una pratica clinica ormai diffusa che mostra benefici anche nell’artrosi dell’anca.

Nel caso dell’articolazione del ginocchio, quando la risposta a questa terapia non fosse sufficiente, è possibile ricorrere alle infiltrazioni con i derivati del sangue, PRP. In questo caso, dal sangue del soggetto, opportunamente centrifugato, viene estratto il plasma ricco di piastrine che, iniettato, favorisce il rilascio di fattori di crescita piastrinica, cioè di molecole che consentono ai tessuti di ripararsi e rigenerarsi. Il PRP trova ampia applicazione anche nella rigenerazione dei tendini della spalla.

Cellule staminali mesenchimali, è importante rivolgersi a centri certificati

Un’ulteriore possibilità, ancora in fase sperimentale, è offerta dalle cellule staminali mesenchimali estratte dal tessuto adiposo addominale e poi infiltrate nell’articolazione artrosica.

 

«Si tratta di una procedura più complessa rispetto a quella prevista dalla cura con il PRP – precisa Momoli – ma si svolge anch’essa in regime ambulatoriale. In entrambi i casi è importante rivolgersi a centri certificati e con elevati standard qualitativi. Quando usato su persone con artrosi, il trattamento a base di cellule mesenchimali, utile anche in caso di tendiniti, è molto efficace sul ginocchio e un po’ meno sull’anca. Bisogna, comunque tener presente che tale cura è in grado solo di rallentare il processo artrosico, ma non di farlo regredire».

Artrosi, oggi si combatte con l'ortobiologia. E senza bisturi

I trattamenti infiltrativi hanno controindicazioni ?

I trattamenti infiltrativi presentano controindicazioni estremamente ridotte con un’attenzione particolare nei soggetti fragili o coloro che fanno uso di farmaci anticoagulanti o presentano varie comorbidità. Riguardo le infiltrazioni con il cortisone e con l’acido ialuronico non ci sono particolari controindicazioni a meno che il paziente non presenti allergie a uno dei componenti del farmaco o alterazioni gravi dello stato di salute.

Il trattamento infiltrativo con PRP e mesenchimali viene utilizzato principalmente per trattare quelle artrosi da lievi a moderate, sintomatiche, in cui il danno articolare e la funzione residua permetta ancora margini di un trattamento non chirurgico. Consentendo così una migliore qualità di vita per il soggetto che, in caso di progressione della malattia, potrà essere sottoposto alla chirurgia protesica.

A fare la differenza è sempre la prevenzione

«Noi produciamo cartilagine fino ai 25-30 anni – conclude Momoli – poi cominciamo a consumarla per vari motivi anche per attività fisica eccessiva o al contrario per sedentarietà. Senza dimenticare che oltre ad un’alimentazione corretta che deve garantire il giusto apporto di calcio è soprattutto il movimento costante uno dei fattori che contribuiscono a prevenire la degenerazione della cartilagine».

Foto: Pixabay, Unsplash, Pexels