Fibromi uterini, serve un approccio personalizzato

15 marzo 2024

Fibromi uterini, serve un approccio personalizzato

Fibromi uterini, una patologia molto frequente. Vengono diagnosticati a 1 donna su 3 a partire dai 35 anni. Molte non sanno neanche di averli se non dopo una visita di routine dal ginecologo. Altre entrano in un tunnel di dolore e disagio. Ma se diagnosticare uno o più fibromi uterini è semplice, non lo è affatto trattarli. Ne parliamo con Alessandro Fasciani, Responsabile della Struttura Semplice di Day Surgery Ginecologico dell’Ospedale Evangelico Internazionale di Genova.

Perché si formano i fibromi all’utero?

 

Alessandro Fasciani

La riposta a questa domanda è un punto di partenza davvero importante per comprendere meglio le difficoltà nell’affrontare una patologia che può avere ripercussioni non solo fisiche ma anche psicologiche. La patogenesi della formazione di un fibroma uterino, ad oggi, non è ancora conosciuta. Sappiamo, però, che gli estrogeni sono in qualche modo implicati e che tutti gli organi tendono a fibrotizzarsi.

Quali problemi può dare un fibroma all’utero?

Tanti, qualcuno o nessuno. I fibromi sono un ‘ingombro’ fisico che possono influire marginalmente ma anche pesantemente sulla qualità della vita di una donna. Dal sintomo più gestibile ma fastidioso di gonfiore addominale, ai disturbi più importanti come mestruazioni molto abbondanti. Le donne mi raccontano di sanguinamenti che necessitano di portare addirittura cambi di vestiario al lavoro. E poi episodi di dolore pelvico intenso tanto da andare al pronto soccorso. Inoltre, in base alla posizione nell’utero, i fibromi generano problemi alla funzione urinaria o intestinale. Anche qui con intensità diverse. Se insorge in epoca pre concezionale può ostacolare la possibilità di avere e portare avanti una gravidanza.

I fibromi uterini, quindi, non sono tutti uguali.

 

È assolutamente così. E questo complica notevolmente la gestione della patologia. La fibromatosi uterina è una patologia che ha uno spettro enorme: dal fisiologico al patologico. Ci sono donne con fibromi uterini di pochi centimetri e in una ‘buona’ posizione che non avvertono nessun disagio e donne che a parità di centimetri ma in posizioni differenti hanno, mi creda, la vita devastata.

Come si cura un fibroma uterino?

 

Non mi sta facendo una domanda, questa è ‘LA’ domanda. Se di una patologia non si conosce la causa non esiste la cura. Mi spiego meglio. In una infezione, trovato il batterio e identificato l’antibiotico, abbiamo trovato la cura e rimosso la causa che ha scatenato la patologia. Nel caso dei fibromi uterini questo processo non accade. Possiamo però trattare la patologia cercando di curare i sintomi o intervenendo asportando i fibromi. È una differenza sottile ma sostanziale.

Quando è necessario togliere un fibroma uterino?

 

Stiamo proseguendo con le domande difficili. Certamente quando i benefici della chirurgia superano i rischi. Ma attenzione, mi riferisco a rischi e benefici di quella determinata paziente. Proseguo con gli esempi: una donna con un fibroma di 5 cm a pochi mesi dalla menopausa. Si tratta di una paziente che certamente sta andando incontro ad una carenza di estrogeni che ridurranno fisiologicamente il volume del fibroma. Una possibile modalità di cura è un trattamento ‘ponte’ fino all’avvento della menopausa. Il bisturi, in questo caso, non serve. Ma per quello stesso fibroma in quella stessa paziente, ma con quindici anni di meno, la strategia più indicata è quella della rimozione. In altre parole è fondamentale personalizzare i trattamenti non solo sulla base dei fibromi ma soprattutto sulla paziente, senza tralasciare di ascoltare i suoi ‘desideri’. Un approccio a cui credo talmente tanto da organizzare il mese scorso, a Roma, un evento che ha riscosso un grande consenso e per visualizzazioni sta ottenendo un altrettanto successo: ‘Fibromi uterini. Donne, Radiologi e Ginecologi: INSIEME!”.

L’ablazione con radiofrequenza con accessi combinati.

Si tratta di un approccio altamente innovativo che eseguo da diversi anni ormai. La possibilità in altri organi di utilizzare la radiofrequenza, cioè l’uso di ago elettrodi per bruciare le lesioni, esiste da decenni. Un esempio su tutti le metastasi al fegato. Ho quindi pensato di trasferire questa tecnologia all’utero. Utilizzando accessi combinati – ecografico transvaginale, il più usato, ma anche laparoscopico e isteroscopico – valutati in base alla posizione del fibroma. Non usando il bisturi, perché intervengo sui fibromi con una ablazione ipertermica che prevede l’utilizzo di una temperatura elevata per distruggere tessuto, non c’è bisogno di ricucire la parete uterina. E quindi non ci sono tempi di cicatrizzazione da rispettare. Questo significa che è possibile pensare ad una gravidanza dopo solo 60 giorni. L’intervento, in anestesia spinale, è in day hospital e il giorno dopo si può tornare alle proprie attività. È possibile intervenire anche su fibromi fino a 5-6 centimetri.

Per quanto riguarda la paura che un fibroma possa evolversi in un sarcoma ribadisco che è un evento davvero raro. Comunque prima di un intervento di ablazione con radiofrequenza eseguo sempre la biopsia. E questo rende le donne ancora più serene. Si tratta di una metodica per alcune caratteristiche davvero rivoluzionaria. O almeno lo è la sua applicazione recente .

In passato l’approccio più comune è stato quello chirurgico che, per la rimozione dei fibromi, ha considerato l’asportazione dell’utero.

Una doverosa premessa e alcune considerazioni. L’utero è un organo considerato non indispensabile a un certo punto della vita di una donna. Una tesi che non mi ha mai visto d’accordo. Non sono contrario, sia chiaro, all’intervento chirurgico di isterectomia in alcuni casi di fibroma uterino. È un intervento che anche io, quando serve, eseguo. Ma per quanto abile e veloce possa essere la mano di un chirurgo non si possono non considerare i rischi a cui va incontro la paziente. A cominciare dai danni del pavimento pelvico. Per questo è un intervento che deve essere molto ben ponderato. Nulla di diverso da come si affronta oggi la prostata. Non mi sembra che tutte le ipertrofie prostatiche si risolvono in sala operatoria. A salvaguardia dell’utero in presenza di fibromi uterini è doveroso citare anche l’embolizzazione delle arterie uterine che viene eseguita dai radiologi interventisti.

Termino con una riflessione: le tecniche, come vede, sono tante ma è importante ribadire che ogni donna è un ‘caso’ unico ed è importante, se non ci sono indicazioni specifiche, mettere al corrente la paziente di tutte le opportunità che ha davanti a sé in modo da poter valutare un percorso di cura condiviso.

È possibile intervenire con i farmaci?

 

Oggi ci sono nuovi farmaci che consentono di trattare, non curare, i sintomi con efficacia. Hanno la funzione di mandare la donna in menopausa . Si tratta di una ‘pillola’ che invece di contenere una ampia concentrazione di estrogeno, come accade nella pillola tradizionale, ne ha un dosaggio minimo tale sia da evitare di nutrire il fibroma che, al tempo stesso, le fastidiose ‘vampate’

Foto: Pexels