Donne immigrate, le invisibili che chiedono di essere ascoltate

1 Aprile 2023

Donne immigrate, le invisibili che chiedono di essere ascoltate

donne migranti

Le vedi camminare per strada, spesso con un pancione e un bimbo in braccio. Altre alla fermata dell’autobus che aspettano di salire per andare al lavoro. Altre ancora che fanno la spesa insieme ad un anziano che non sembra proprio essere il loro nonno. Sono le donne immigrate, presenza costante nella nostra Società, spesso addirittura indispensabili nelle nostre famiglie, eppure, il più delle volte invisibili. Basti pensare alla salute. Entrano nelle statistiche solo quando c’è da parlare di parto e interruzioni volontarie di gravidanza.

 

Negli ultimi anni anche in Italia c’è stato un incremento significativo della presenza di donne nei flussi migratori. Nel 2021 il Ministero degli Interni ha registrato 44.163  richieste di asilo da parte di uomini e 9.446 da parte di donne. Se fino a qualche anno fa la migrazione femminile era motivata soprattutto da ricongiungimenti familiari, oggi no. C’è chi lascia a casa marito e bambini e viene in Italia per fare la badante, la colf o la baby sitter e chi sale su un gommone da sola oppure con il marito, portandosi dietro i figli, anche piccoli o addirittura neonati.

E si farebbe un torto ad ognuna di loro a definirle genericamente come ‘migranti’ e racchiuderle in una macrocategoria. Riconoscere le loro differenze culturali, le loro differenti storie personali è il primo passo per una vera assistenza ma, soprattutto, per una vera accoglienza.

L’istinto materno è un mito rassicurante

Lucia Borruso

Ma come stanno le donne immigrate che vivono in Italia, da sempre o da poco tempo? Qual è il loro approccio con la salute, dalla prevenzione alla gravidanza? Quali ostacoli trovano? Lo chiediamo a Lucia Borruso, medico, che per Medici Senza Frontiere cura il progetto SA.I.DA (Salute Integrata Donne) realizzato a Roma in collaborazione con la ASL Roma 2 con lo scopo di informare donne e ragazze straniere su tematiche riguardanti la salute sessuale e riproduttiva e di avvicinarle ai servizi del territorio, in particolare i consultori familiari.

Spesso ignorano di avere il diritto alla salute

donne migranti

«Dobbiamo fare una grande distinzione tra le donne che arrivano con il ricongiungimento familiare e quelle che arrivano con i viaggi della speranza via mare o via terra. In genere le prime arrivano dal Maghreb, Bangladesh, Sri Lanka e trovano ad accoglierle un marito che le porta a casa e da lì iniziano la loro nuova vita in Italia. Non incontrano nessuno, al massimo la loro comunità. E poi ci sono quelle che arrivano senza documenti che trovano una prima accoglienza da personale specializzato. Quest’ultime riusciamo ad ‘intercettarle’ subito, abbiamo modo non solo di dar loro una prima assistenza ma anche di spiegare che hanno diritto all’assistenza sanitaria, che possono rivolgersi ad un pronto soccorso, e così via. È già un primo passo. Mentre per quante arrivano attraverso il ricongiungimento il primo contatto avviene solo se hanno bisogno di aiuto o, nella migliore delle ipotesi, se intorno a loro ci sono donne che stanno già in Italia che le indirizzano. Possono essere analfabete, non conoscono la nostra lingua,  avere alle spalle una storia di maltrattamenti o sfruttamenti familiari e quando arrivano in Italia non hanno alcun tipo di supporto se non quello del marito o della comunità. Ignorano di avere un diritto alla salute e all’assistenza e questo fa sì che, per esempio, arrivano in ospedale al momento del parto senza aver fatto alcun controllo durante la gravidanza » spiega Lucia Borruso.

Le donne migranti devono fare i conti con una Sanità che non le conosce e, a volte, non le rispetta

Da un recente documento dell’Istituto Superiore di Sanità dove si elencano le raccomandazioni per il personale sanitario nella cura delle persone immigrate si evince una fotografia ricca di luci e ombre, soprattutto quando si parla di donne. Ad iniziare dalla lingua, ma non solo.

«Quello della lingua è oggettivamente un ostacolo enorme – aggiunge Lucia Borruso- Spesso le donne si fanno accompagnare dai figli, anche se piccoli o adolescenti, perché loro grazie all’inserimento scolastico parlano italiano. Ma è evidente che non è semplice farsi aiutare da un figlio per parlare di problemi ginecologici o di maltrattamenti familiari. E poi, c’è la barriera culturale. Non possiamo, e non dobbiamo, ignorare che c’è un differente modo di affrontare alcuni aspetti della salute, c’è una minore abitudine alla medicalizzazione della gravidanza e ci sono delle convinzioni che non si cancellano certamente con una visita. Se a tutto questo si aggiunge una diffidenza – per non dire discriminazione – che a volte si vede nel personale sanitario è facile comprendere quanto lavoro c’è ancora da fare per dare una adeguata assistenza alle donne migranti.

Non è un caso che lo stesso Istituto Superiore di Sanità in quel documento invita a migliorare la competenza interculturale degli operatori socio sanitari, attraverso la conoscenza della medicina interculturale, la comunicazione con pazienti che arrivano da altre culture e l’approfondimento di tematiche specifiche. Riconoscendo la presenza di pregiudizi che interferiscono con l’atto medico e la relazione tra operatore e immigrato (senza distinzione di genere). E, allo stesso tempo, auspica la messa a punto di corsi di educazione alla salute per migliorare le conoscenze negli stessi migranti. Sembra, però, solo un elenco di buone intenzioni. Perché, nella pratica, mancano i mediatori culturali, manca la conoscenza, manca il tempo e forse anche la volontà di venire incontro ad alcune esigenze. Ci sono religioni o comunque culture che, ad esempio, quasi impongono ad una donna di essere curata solo da un operatore del suo stesso sesso, in altre dove la malattia è intesa come una punizione divina e quindi c’è una forte componente psicologica nella gestione, altre ancora dove c’è il divieto di tagliare i peli (religione sikkista) o assumere cibi e persino farmaci in determinati periodi (religione islamica) rende quasi impossibile intervenire e l’elenco potrebbe essere infinito. E poi c’è la questione, delicatissima, delle mutilazioni genitali femminili.

Le mutilazioni genitali femminili, anche in Italia serve più informazione

«Dobbiamo uscire da una visione occidentale di questa pratica se vogliamo davvero aiutare queste donne – sottolinea Lucia Borruso- Per alcune di loro è normale. L’hanno subìta e non ci trovano niente di scorretto nel praticarla alle loro figlie. Soprattutto nei casi di mutilazione genitale parziale. Non è inusuale che dopo il parto chiedano al medico di essere ricucite, cosa che ovviamente in Italia non è possibile fare. Poiché ritengono questa pratica non solo normale ma anche priva di fastidi collaterali,. È evidente che si tratta di una questioneculturale. E l’approccio deve essere di educazione, delle seconde generazioni in primis ma anche delle madri. Senza colpevolizzare o puntare il dito. Bisogna spiegare, bisogna parlare anche degli aspetti legati alla sessualità, del significato politico di questa pratica, oltre che ovviamente delle conseguenze sulla salute. E’ l’unica strada».

 

Quella delle Mutilazioni Genitali Femminili è, anche in Europa, un fenomeno importante. Uno studio dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) condotto nel 2017-2018 ha stimato che in Italia dal 15% al 24% delle ragazze siano a rischio (per età e paese di provenienza) di mutilazioni genitali femminili. Soprattutto quelle originarie dall’Egitto, Senegal, Nigeria, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Etiopia, Somalia e Guinea. Dal 2006 in Italia viene praticato il principio dell’extraterritorialità e cioè la pratica è criminalizzata anche quando è commessa all’estero. E questo perché le famiglie che decidono di attuarla non lo fanno qui ma tornano nel paese di origine dove la procedura viene percepita da alcuni come ‘accettabile’ perché spesso medicalizzata e quindi ritenuta più sicura, igienica, meno dolorosa e pericolosa.

La salute è un diritto negato per chi è povero o precario. Senza guardare alla nazionalità

Se c’è un vero ostacolo insormontabile per le donne immigrate in Italia per una corretta assistenza sanitaria è quella delle condizioni socio-economiche. La povertà, il lavoro in nero, l’impossibilità di accedere ai servizi che non siano quelli di pronto soccorso rende il concetto di cura davvero impossibile.

«Le donne immigrate, ma non solo, quando capiscono cosa possono fare e quali diritti hanno non restano con le mani in mano. Sono determinate e hanno ben chiaro i loro bisogni. E questo indipendentemente dalla nazionalità o religione. Italiane e immigrate in condizioni socio-economiche difficili, se non addirittura in povertà, hanno tutte lo stesso problema di precarietà. Se lavori in nero e non hai diritto ad un permesso come fai ad andare in un ambulatorio a fare una visita medica?  Se il tuo unico giorno libero è la domenica quando ambulatori e consultori sono chiusi cos’altro puoi fare se non  andare in pronto soccorso visto che è l’unico presidio aperto? Come possiamo parlare a queste donne di diritto alla salute quando loro di diritti ne hanno davvero pochi? Per non parlare delle donne migranti senza documenti che si rivolgono ad un pronto soccorso solo quando stanno davvero male ma che non vanno mai da un medico di base perché hanno paura. Tutto questo per dire che le donne devono essere messe nelle condizioni di poter accedere alle cure, per loro e per i loro figli. Perché quando questo avviene ci si rende conto che hanno le idee chiare, che sono pronte e forti e che possono davvero prendersi cura di loro ma anche di aiutare le altre donne della comunità» conclude Lucia Borruso.

(E.D.G)

Foto: Pexels, Unsplash